Senza la verità tutto precipita nel caos

di Francesco Lamendola – 18/04/2018

Senza la verità tutto precipita nel caos

Fonte: Accademia nuova Italia

Viviamo in un tempo in cui il relativismo è stato eretto a sistema, proclamato come dogma, addirittura santificato come garanzia di libertà, contro il pericolo tremendo di chi sa mai quale rigurgito di totalitarismo ideologico.  Mai come oggi la verità è stata negata, o irrisa, o, nel migliore dei casi, dichiarata irraggiungibile; mai come oggi i cercatori della verità sono stati guardati con sospetto, con rancore, con aperta ostilità, e trattati di conseguenza, in tutte le sedi e in tutti i modi possibili. Ma proprio per questo, mai come oggi vi è stato bisogno di uomini generosi, i quali siano disposti a lottare per lei, a soffrire per lei, per difenderla, per affermarla e stabilirla, contro le innumerevoli maschere della menzogna. La tentazione di lasciarsi sopraffare dallo scoraggiamento e, così, di rinunciare, di arrendersi,  è forte, molto forte. La mente escogita mille ragioni, alcune plausibili, plausibilissime, per potersi arrendere, magari con l’onore delle armi, e desistere da una battaglia che si va facendo sempre più difficile, sempre più incerta, e, diciamolo pure, parlando dal punto di vista puramente umano, pressoché disperata. A che scopo battersi ancora, come l’ultimo giapponese nella foresta? Se il mondo ha deciso di andare nella direzione opposta, cioè di celebrare e adorare la menzogna, a che scopo sacrificarsi invano? Oh, la mente è davvero abile nel mettere in fila, una dopo l’altra, tante belle ragioni per abbassare le armi e ritirarsi in buon ordine, come dice Francesco Guicciardini, ciascuno nel proprio particulare. Se la patria non vuole essere difesa, perché volerla difendere da soli? Se a nessuno importa più nulla dell’onestà, perché voler essere onesti ad ogni costo? E se anche il più ardito sembra aver perso tutto il suo coraggio, perché volersi gettare a capofitto in un’avventura in cui le probabilità di vittoria sembrano essere pari allo zero? Queste, e altre cento domande simili, vengono suggerite dalla prudenza, dal buon senso, dal puro e semplice istinto di conservazione; ma, nello stesso tempo, anche dalla logica e dal mero calcolo delle probabilità. Tanto, nessuno ti farà un monumento, quando sarai caduto, suggerisce la logica più ovvia; al contrario, ti rideranno dietro; diranno; se l’è cercata, se l’è voluta; chi credeva di essere, infine? Si riteneva forse migliore, lui solo, di tutti gli altri? Perché non c’è niente che irriti i vili quanto lo spettacolo di un coraggioso che ha lottato da solo, senza domandare il loro aiuto, e alla fine ha dovuto soccombere, mentre essi si tenevano al coperto e aspettavano di vedere come si sarebbe conclusa la faccenda. Per un momento, infatti, sono stati costretti a ventilare la possibilità che egli potesse vincere, il che li avrebbe svergognati totalmente: quale spettacolo più mortificante che quello di vedere la propria causa vendicata da un altro, dopo averlo lasciato solo come un appestato, a combattere anche per l’onore degli altri? Ma poi le cose sono finite come dovevano finire; ciò non toglie che i vili abbiano vissuto un’ora di spavento, della quale ora si vendicano con commenti ironici e impietosi sull’inutile donchisciottismo di colui che si è sacrificato.

Inutilmente? Questo è il punto: è stato davvero inutile? Ma inutile per chi, in che senso, da quale punto di vista? Per un essere umano, battersi per la verità non è mai un esercizio inutile: facendolo, egli realizza il suo fine specifico. Per questo si viene al mondo, per questo la vita ci mette a disposizione un certo numero di anni: per cercare, trovare e servire la verità. Non per altro. Chi non se ne rende conto, o peggio chi, pur rendendosene conto, trascura un tale dovere, che poi è la normale vocazione dell’essere umano, manca la propria vita, per quanti successi mondani possa mietere, per quante gratificazioni esteriori possa ricevere. E chi manca la propria vita, perde se stesso, senza possibilità di rimedio. La verità non ha bisogno che noi la cerchiamo: siamo noi che abbiamo bisogno di lei: pertanto, se le dedichiamo la nostra vita, facciamo solo la nostra parte; se non ce ne curiamo, ma ci occupiamo d’altro, per esempio di soddisfare i nostri capricci e coltivare i nostri istinti più egoistici, il danno è nostro, e in ciò riceviamo il nostro castigo. La vita è giusta, assai più di quel che non si creda: ciascuno riceve il premio o il castigo che si è meritato; solo che molti non sono abbastanza evoluti da rendersene conto, e scambiano i castighi per dei premi, senza considerare che anche il più dolce dei liquori può contenere un veleno mortale, e che il gusto del palato può ingannare, così come, in genere, vivere assecondando i piaceri dei sensi porta a una forma di accecamento, per cui non si distingue più neppure ciò che è realmente un bene e ciò che è invece un male per se stessi. Noi, generalmente parlando, siamo cattivi giudici di noi stessi, perché ci manca la giusta distanza prospettica: già siamo in grado di vedere assai più obiettivamente quel che riguarda gli altri, per quanto il nostro giudizio possa essere offuscato da altre cause, come la gelosia, l’invidia e simili. Se potessimo vedere e giudicare noi stessi con la stessa lucidità con cui vediamo e giudichiamo gli altri, capiremmo tante cose che, invece, seguitiamo ad ignorare, forse per tutta la vita. Ma, naturalmente, l’essenziale è la trasparenza dell’occhio che guarda, più che l’oggetto che viene guardato. Se l’occhio è torbido, se è reso torbido dalle passioni più disordinate, non riuscirà mai a vedere le cose con trasparenza, e quindi non riuscirà mai a vedere la verità, e questo farà sì che l’intera vita di costui sia una vita mancata. Come abbiamo detto, è mancata quella vita in cui manca la consapevolezza dello scopo, del fine e del significato. Scopo, fine e significato sono sempre la stessa cosa: la verità. E la verità, filosoficamente, è l’essere; teologicamente, è Dio e non può essere altro che Dio. Pertanto, è vera quella cosa che aiuta lo sguardo a innalzarsi verso Dio; sono false e ingannevoli tutte quelle cose le quali non conducono l’anima verso Dio, ma trastullano i sensi e li sprofondano sempre di più nella dimensione dell’immanenza. Detto con minore eleganza, ma forse con maggiore chiarezza, che dopotutto è la cosa più importante: sono vere quelle cose che aiutano l’uomo a realizzare la sua natura di uomo; sono false e ingannevoli tutte quelle cose le quali lo abbassano e lo degradano a vivere come i cani, gli asini, i maiali, rotolandosi nel fango delle sue passioni disordinate.

San Tommaso diceva che la verità è adaequatio rei et intellectus, corrispondenza fra la cosa e la mente. E soleva incominciare le sue lezioni ponendo una mela sulla cattedra e dicendo ai suoi studenti: Questa è una mela. Chi non è d’accordo può uscire da questa stanza. Una lezione di sano realismo: con chi viene a dire che una mela è un mandarino, o una banana, non è possibile sostenere alcun dialogo che abbia senso: meglio lasciarlo cuocere nel brodo del suo solipsismo e proseguire per la propria strada. Ma poi è arrivata la modernità: e qualunque imbecille si è sentito non solo in diritto, ma in dovere di affermare, con la massima serietà, anzi, con il massimo sussiego, che nessuno ha il diritto di dire che una mela è solo una semplice mela, perché, come minimo, una mela può essere anche cento altre cose, a seconda di chi la osserva e di come la osserva. Risultato: il discorso sulla verità è divenuto impossibile; si è aperta una voragine incolmabile fra la cosa come appare e la cosa come è, fra il fenomeno e il noumeno; la metafisica è stata messa fra parentesi, la teologia ha incominciato ad antropologizzarsi: nessuno aveva il diritto di affermare ciò che Dio è, ma solo ciò che, di Dio, appare all’uomo, ciò che sembra all’uomo, ciò che appare ragionevole all’uomo. E a quale uomo, poi: all’uomo moderno, irreligioso, agnostico, impregnato di materialismo e di razionalismo strumentale, che sa tutto grazie alla scienza, e quel che la scienza non può spiegare, semplicemente per lui non ha significato. Come si fa a parlare con un tal soggetto della verità, senza timore di beccarsi una denuncia per incitamento all’odio contro questa o quella categoria minoritaria, ciascuna delle quali gioca le carte della sua “liberazione” partendo dall’assunto, stabilito per legge, che nessuno ha diritto alla verità, ma tutti hanno diritto alla loro particolare verità, cioè alla loro dose inalienabile di relativismo? È chiaro che stabilire il relativismo equivale a bandire il concetto stesso di verità assoluta: sono due cose inconciliabili, come sarebbero la democrazia e la monarchia assoluta. Se c’è posto per l’una, non può essercene anche per l’altra: chi crede che una mela può essere qualsiasi altra cosa, oltre che una mela, e forse neanche questo, non può sedere alla stessa tavola di che crede che una mela è una mela e basta.

Così, la cultura moderna ha fatto piazza pulita della verità e di tutto quel che su di essa poggiava: i valori assoluti e permanenti. Al posto loro, sono subentrate le verità provvisorie e le “situazioni”: in base alle quali una cosa è giusta o ingiusta, vera o falsa, buona o cattiva, bella o brutta, a seconda del contesto in cui ci si trova. Niente è permanente, niente è definito una volta per sempre. Che cosa resta da fare al filosofo, allora? Fare le pulci alle parole, al linguaggio, ai nomi delle cose. Non più stabilire quel che è e quel che non è, ma semplicemente se quel che si dice ha un senso compiuto: se ce l’ha, allora lo si può dire; se non ce l’ha, allora sarebbe meglio tacere. La filosofia ridotta al livello di descrizione logica del discorso, di semplice sintassi; non importa se è un discorso veritiero o menzognero, basta che la logica fili, che la sintassi sia corretta. Esito inevitabile di una cultura tutta orientata sull’utilità e non più sulla verità, sul fare invece che sul pensare, sul risultato invece che sul significato. Tale è la cultura moderna: una macchina da guerra per cambiare le cose, ma senza mai porsi il problema di cambiare colui che fa le cose, o del perché si dovrebbe cambiare qualcosa. L’importante, per essa, non è fare qualcosa che abbia un significato, ma qualcosa che abbia un senso, cioè che sia razionale: non importa se anche il fine lo è o non lo è, basta che lo siano i passaggi esecutivi, che in essi vi sia una coerenza logica.

Eppure nulla può avere un reale significato, se la verità viene degradata a mezzo per fare qualcos’altro: o si recupera la nozione di verità come fine, oppure si piomba nel regno del relativismo, che è il caos permanente, l’anarchismo stabilito per decreto. La verità non è altro che la corrispondenza fra le cose e il nostro giudizio: se diciamo che una mela è una mela, abbiamo detto la verità; se lo neghiamo, abbiamo detto una falsità. Ma tutto questo è divenuto politicamente scorretto: un discorso che sarebbe meglio non fare. Chi lo fa, passa per reazionario, oltre che per rozzo e ignorante: ma come, possibile che nessuno lo abbia informato che la verità è morta, e che le hanno celebrato un funerale di prima classe? Per essere moderni, bisogna essere progressisti; e se si è progressisti, allora si sa bene che la verità è morta, che è solo un fantasma del passato – un passato oscuro e superstizioso, da dimenticare per sempre. Strano che i signori progressisti non vedano, però – oppure lo vedono sin troppo bene? – che l’abolizione ufficiale della verità reca con sé, non la liberazione degli uomini, ma la loro definitiva schiavitù: la schiavitù nei confronti del fatto. Se non c’è la verità assoluta, ci sono, al suo posto, le verità relative, le mezze verità: ossia le verità dei singoli fatti, così come appaiono e non così come sono (perché come sono, nessuno ha il diritto di dirlo, o meglio, nessuno ha il diritto di saperlo). E si può immaginare una dittatura, anzi, un totalitarismo più brutale, più arrogante di questo: il totalitarismo dei fatti, eretti a norma dell’universo? I fatti si direbbero la cosa più concreta, più reale che ci sia; e invece no: cambiano continuamente, si trasformano, evolvono, sono in continuo divenire. Impossibile fermarli, impossibile imprigionarli in una forma: i fatti, per definizione, sono quel che può accadere, e dunque la mente deve sempre impegnarsi nell’estenuante fatica d’inseguirli, catturarli uno per uno, esaminarli, catalogarli; e poi ricominciare daccapo, sempre, all’infinito, perché i fatti si susseguono ai fatti, sono un fiume continuo, inarrestabile, inesauribile. Mentre la verità fornisce un criterio d’ordine generale, i fatti esigono, pretendono, un giudizio empirico, volta per volta: si tratta di riconoscerli, uno ad uno; di soppesarli, misurarli, quantificarli, e, se possibile, falsificarli (nel senso popperiano dell’espressione), per essere certi che siano quel che sembravano. Ora, anche se il relativista, che è, in pratica, un empirista radicale, non osa chiamar le cose con il loro nome, ciò corrisponde alla fatica di Sisifo di verificare i fatti singolarmente, invece di verificare il principio generale per cui possono esser considerati veri: il principio, appunto, della verità. Ma le cose sono vere se rispondono al principio di verità; altrimenti, è impossibile sapere se siano vere realmente, o se paiano solamente vere. E se la verità non esiste, o non è umanamente raggiungibile, chi ci garantirà contro l’illusorietà dei fatti? Una volta separata con l’accetta, come voleva il buon Kant, la cosa in sé dal suo apparire, in che modo si potrà parlare di fatti veri e di fatti non veri? Bisognerà limitarsi a parlare di fatti che sembrano veri: fino a prova contraria. E la prova contraria potrebbe sempre arrivare: eterna spada di Damocle sospesa sul mondo dei nostri giudizi. Ora, ci domandiamo come sia possibile vivere in questo modo: con una mappa concettuale dei fatti che deve essere continuamente aggiornata, rivista e corretta, per cancellare quelli che si sono rivelati illusori e lasciare quelli che, sino al momento presente, hanno “resistito”. Ma resisteranno fino a quando? Probabilmente, fino a quando strumenti empirici sempre più potenti consentiranno di riconoscerne il carattere illusorio. Anche la molecola, anche la cellula, anche l’atomo parevano una realtà fattuale ridotta ai suoi minimi termini; ma ogni volta si è scoperto che quel fatto stava altrimenti, che era possibile procedere ulteriormente nella scomposizione. In definitiva, la dittatura dei fatti è l’impero del caos, su cui non è possibile costruire nulla di certo o di vero, neppure se stessi. Un po’ poco, no?

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Vale la pena di combattere per la verità?

di Francesco Lamendola – 18/04/2018Vale la pena di combattere per la verità?

Fonte: Accademia nuova Italia

Nella cerchia delle nostre amicizie e conoscenze si va diffondendo una nuova e scoraggiante sensazione, in genere proprio fra le persone migliori, le più intelligenti, le più sensibili, le più consapevoli di quel che sta accadendo nella società e nel mondo: quella di essere inadeguate, nel senso di non sentirsi più all’altezza (o alla bassezza?) dei tempi attuali, di essere completamente incapaci di adeguarsi e così di sentirsi “utili”. Se una persona si sente tagliata fuori dai processi sociali, economici, culturali, finisce per maturare  un senso di colpa, un po’ come un gran lavoratore il quale, perso il lavoro, o pensionato in anticipo dalla sua azienda, ciondola fra il bar e una panchina dei giardini pubblici, ma non si gode per niente le giornate libere, si vergogna, vorrebbe quasi sparire sotto terra ogni volta che incontra un ex collega per la strada. E già questo sentimento attesta il livello morale della persona: perché solo i galantuomini provano vergogna per il fatto di non sentirsi utili alla società, mentre i cialtroni non solo non proveranno mai niente di simile, ma, al contrario, si sentono furbi e soddisfatti di se stessi se, fingendo di fare, non fanno, e fingendo di essere, non sono. Questa, peraltro, è una legge generale: i migliori sono pieni di scrupoli, i peggiori no. Il problema diventa pesantissimo, e praticamente irrisolvibile, quando nella società si creano le condizioni perché i migliori, sia moralmente, sia professionalmente, vengano oggettivamente ostacolati e penalizzati non in quanto singole persone, ma proprio in quanto sono i migliori, e i peggiori si trovino oggettivamente favoriti e agevolati proprio per il fatto di essere i peggiori: quelli disposti a vendersi, a mentire, a tradire, a fare qualsiasi cosa pur di curare i propri interessi, magari al servizio di un sistema politico-sociale ingiusto e corrotto.

Ebbene, in questi ultimi anni a noi sembra che si siano create esattamente queste condizioni. Esiste, oggettivamente, una selezione alla rovescia, dove i peggiori vanno avanti e i migliori restano al palo, quando non vengono addirittura retrocessi (fino al punto di andare in prigione, o di dover espatriare); e quindi si accentua, soggettivamene, il senso d’inadeguatezza dei migliori, il loro senso di frustrazione, inutilità e amarezza, mentre cresce la baldanza dei peggiori, dei più cialtroni, dei più cinici e amorali, che sono anche, il più delle volte, i meno dotati sotto il profilo professionale, e tuttavia si vedono aperte tutte le porte e incoraggiati nelle loro più sfrenate ambizioni. Tutto ciò rappresenta il problema forse più drammatico che, dal punto di vista antropologico, si sia mai posto alle persone nel corso degli ultimi cento anni. La marcia all’incontrario della morale che si è determinata nell’ultimo secolo ha provocato una marcia all’incontrario nell’economia, nella finanza, nella cultura, nella ricerca, nelle professioni. Oggi le regole sono talmente cambiate che è divenuto normale fare ciò che, una o due generazioni fa, sarebbe stato vergognoso. Oggi il “bravo” imprenditore fa come Marchionne, porta la sua azienda all’estero per non pagare le tasse, dopo aver ricevuto una pioggia di denaro dallo Stato; e nessuno lo critica, né, tanto meno, lo considera un disonesto. Allo stesso modo, un imprenditore che chiude le sue fabbriche e trasferisce il suo capitale in titoli di borsa non è visto come un parassita sociale, ma viene giustificato: e, in un certo senso, è giustificabile, almeno fino a quando vi saranno governi i quali, invece di difendere la produzione e il lavoro, pensano solo a proteggere gli interessi delle banche. Ma sta di fatto che, in un mondo così, le vecchie regole etiche sono completamente saltate, e che solo chi abbia quattro dita di pelo sullo stomaco può andare per la sua strada e curare i suoi interessi senza sentirsi a disagio con la propria coscienza. Dei cosiddetti intellettuali, meglio non parlare nemmeno: sono pressoché tutti a libro paga, pontificano nei salotti e pubblicano libri a getto contino per lustrare gli stivali al potere finanziario, ma non si sentono in colpa: a sentirsi in colpa sono i pochi galantuomini rimasti, i quali rimproverano a se stessi di non fare abbastanza per denunciare l’asservimento della cultura e l’imbarbarimento dell’informazione, retrocesse al ruolo di tappetini sui quali si puliscono le scarpe i veri detentori del potere, dietro la trasparente finzione della democrazia.

Sorge inevitabile, a questo punto, una domanda: vale la pena che quei galantuomini se la prendano tanto calda? Che mettano in gioco la carriera, la salute, i risparmi (perché il potere è assai vendicativo e cerca di ridurre al silenzio chi lo critica a colpi di querela, chiedendo risarcimenti finanziari esorbitanti), quando gli altri, la gente comune, non paiono affatto interessati alla loro battaglia, sono in tutt’altre cose affaccendati, cioè il tran-tran consumista, i pettegolezzi della tv spazzatura, o, al massimo, la partita di calcio? Anche il galantuomo più nobile e disinteressato, quando ha perso il lavoro, quando ha visto stroncata la carriera, quando si trova pieno di querele e di processi da sostenere, e di conti dell’avvocato da pagare; quando comincia a somatizzare tutto ciò sotto forma di malattie; quando la moglie gli rimprovera di pensare sempre ai suoi ideali e di trascurare i suoi interessi, la sua famiglia, e magari gli fa notare che lei non può concedersi neanche il più piccolo lusso, mentre le amiche che hanno sposato i suoi colleghi più cinici e trafficoni, anche se meno dotati, sfoggiano ogni giorno un vestito diverso, ogni settimana un’acconciatura diversa e ogni mese una nuova pietra preziosa? E quando i suoi figli non riescono a trovare un lavoro, pur avendo ottimi titolo di studio, mentre i figli dei suoi colleghi cialtroni sono già perfettamente inseriti e magari occupano, fin dall’inizio, delle poltrone da dirigenti, con emolumenti mensili a cinque zeri, pur essendo del tutto sprovvisti di esperienza? Sono domande che, prima o dopo, si fa anche il più idealista, il più cavalleresco, il più donchisciottesco dei paladini della Virtù; e, se non se le fa lui, gliele fanno i suoi familiari, i suoi amici, magari, com’essi dicono, per il suo bene, cioè per aprirgli gli occhi, per risvegliarlo dal sogno alla realtà.

La domanda che si fa il galantuomo non è, naturalmente, se valga la pena di essere galantuomini in una società costruita sulla misura dei cialtroni – una simile domanda non potrebbe mai farsela, perché, qualora se la facesse, tradirebbe se stesso – ma se valga davvero la pena di darsi tanto da fare per svegliare gli altri, per informare gli altri di come stanno realmente le cose, per mettere in guardia gli altri sul vero significato di ciò che sta accadendo intorno a noi. In altre parole: perché bisognerebbe affannarsi a voler svegliare di dormienti, se costoro sono beati e felici nei loto sogni voluttuosi? A che scopo dire apertamente come stanno le cose, gridarlo dai tetti, a proprio rischio e pericolo, per non ricevere nemmeno un grazie, anzi, con la quasi certezza di andare incontro a incomprensioni, malignità, calunnie, derisione e, forse, di dover risarcire danni inesistenti a qualche furbastro arrogante, che ha le leggi dalla sua parte, perché anche le leggi sono fatte in modo da favorire i cialtroni e da penalizzare i galantuomini? Conosciamo personalmente alcuni di questi galantuomini che si sono ammalati, che si sono resa la vita ancor più difficile per aver voluto restare fedeli a se stessi, al loro modo di essere; alcuni che lottano contro la depressione, in silenzio, senza alcun clamore, laddove altri, al loro posto, indosserebbero la divisa della vittima e sfrutterebbero i loro mali per strappare almeno un po’ di umana commiserazione. Ma è certo che una persona fiera e dignitosa non prenderà mai questa strada, non verrà mai sfiorata da simili tentazioni; nondimeno, anch’essa dovrà pagare un prezzo, prima o poi, perché andare sempre controcorrente risulta terribilmente faticoso, e così pure il fatto di poter contare solo su se stessa o, al massimo, su pochissimi amici, però senza alcun appoggio fra la gente che “conta”. Che cosa si può dire, che cosa si può consigliare a queste persone, mettendosi dal punto di vista del loro bene: di seguitare a fare quel che hanno fatto sinora, oppure di cominciare a tirare i remi in barca, di risparmiarsi un poco, di imparare un po’ di sano egoismo e, perciò, di non esporsi troppo e di non sperperare le loro energie, il loro tempo, la loro salute, tanto più per una causa già persa in partenza? È questo che si può, che si deve dir loro, se si nutre realmente dell’amicizia nei loro confronti? Da un punto di vista puramente realistico, parrebbe di sì. Difficile negare che la loro sia una causa persa; che i loro sforzi siano pressoché inutili; che non vale la pena di consumarsi in una battaglia in cui essi pretendono di difendere chi non vuol saperne di essere difeso, perché non ammette di essere in pericolo, e, invece di mostrare verso di essi della riconoscenza, sarà forse il primo a scagliare le pietre contro di loro, quando verrà il momento. E tuttavia…

Tuttavia, ci sono cose che vanno fatte, anche se tutto sembra suggerire che sarebbe più prudente tirarsi indietro. Ci sono persone, rare, ma ci sono, le quali non avrebbero il coraggio di guardarsi allo specchio la mattina, se non seguissero ciò che il senso del dovere detta loro, indipendentemente dalle probabilità di successo. Ci sono persone che non potrebbero mai rassegnarsi a una “saggezza” fatta di calcolo, di gioco al risparmio, di prudenza egoistica. Il vero bene, per quelle persone, non consiste nel tutelare la propria tranquillità, nel custodire i propri interessi, ma nel fare ciò che va fatto, nel dire ciò che va detto, nello scrivere ciò che va scritto. E se nessun altro, o quasi nessuno, fa, dice e scrive quelle cose, se nessuno, o quasi nessuno, mostra di possedere il coraggio della verità e della coerenza, in un mondo di furbi o di prudenti che sfiorano la vigliaccheria, in un mondo di conformisti che non direbbero né farebbero mai cosa alcuna che possa ledere la loro popolarità, la loro carriera, i loro interessi, ebbene, allora diviene tanto più necessario che qualcuno lo faccia, costi quello che costi, e al diavolo le misure di prudenza e di senile “saggezza”. Essere vivi significa amare, e amare significa rischiare, esporsi, fare il primo passo, senza aspettare di vedere se anche l’altro si muove, se l’altro comprende, se l’altro ricambia. Il mondo è pieno di morti che si credono vivi e che, pur di spianarsi la strada verso il successo, non si accorgono neanche di emanare il cattivo odore dei cadaveri in putrefazione. Codesti morti viventi potranno anche godere di ottima salute e potranno anche fare delle carriere brillanti e prestigiose, ma, di fatto, sono già dei trapassati, sono già dei superati dalla vita: gente che verrà subito dimenticata, perché non ha dato nulla, non ha rischiato nulla, non ha saputo amare niente e nessuno se non se stessa. Il loro contributo al bene comune è nullo, perciò nessuna traccia resterà del loro passaggio terreno, come se fossero dei sentieri sui quali l’erba ricresce immediatamente.

Il credente ha una ragione in più per non lasciarsi guidare dai consigli di eccessiva prudenza, benché dettati dall’affetto degli amici. Il vero amico sa che la cosa più importante non è il bene inteso come benessere, ma il bene morale: e il bene di una persona, di qualsiasi persona, è quello che le permette di realizzare il meglio di se stessa. Ora, il meglio di cui l’essere umano è capace consiste nella verità: chi non prova l’aspirazione alla verità non è un uomo nel senso pieno dell’espressione, non avrebbe bisogno né della ragione, né della volontà, e nemmeno del sentimento: gli basterebbe un midollo spinale, per vivere una vita animalesca, puramente biologica. Di fatto, non sono certo pochi gli individui che trascinano questa sorta di semi-vita, interamente all’insegna della soddisfazione dei bisogni primari. Ma il bene vero di un essere umano consiste nel cercare la verità e mettersi al suo servizio; e la Verità, per il credente, è Dio. Pertanto, egli non vive mai solo per se stesso; è, e sa di essere, un semplice operaio nella vigna del Signore, e sa di non aver diritto al premio del riposo, se non dopo aver fatto sino in fondo, nel modo migliore possibile, tutto il proprio dovere. Umiltà, spirito di sacrificio, tenacia, fortezza e abnegazione sono il suo abito di tutti i giorni: lui non cerca la gloria, o la carriera, o la gratificazione egoistica del proprio io, né ambisce ad una “realizzazione” che soddisfi solo lui stesso, ma cerca qualcosa d’altro, qualcosa che non trova ricompensa adeguata sul piano puramente materiale: il premio di una coscienza pura e la consapevolezza di aver fatto degnamente la propria parte, non per la gloria di sé, ma per la gloria di Dio. Egli sa che niente e nessuno lo potrà sostenere, lo potrà consigliare, lo potrà confortare, più di quanto non possa fare Colui che disse: Imparate da me, che sono mite e umile di cuore; è in Lui che confida e in nessun altro, è da Lui che riceve la forza, da Lui che attende il premio. In confronto, tutte le soddisfazioni, tutte le ricompense e tutta la gloria che possono venire dal mondo, sono soltanto paglia; sono fumo che si disperde al vento. Ed eccoci arrivati a rispondere alla domanda iniziale. Chi fa il proprio dovere, senza risparmiarsi, ma anche senza secondi fini; chi non cerca la propria gloria, ma la verità; chi non vuol servire la propria ambizione, ma la causa del bene, del vero bene, che è tale per tutti e non solo per qualcuno, a scapito di qualcun altro, non deve sentirsi affatto inadeguato, o fuori posto. No, al contrario: egli è nel posto giusto e al momento giusto; sta facendo la cosa giusta, tanto più che, altrimenti, nessuno la farebbe. E allora bisogna che la faccia. La cosa giusta che va fatta è la ricerca, l’affermazione e la difesa della verità, sempre. Dire la verità, ovviamente, è scomodo: sia dirla a se stessi che dirla agli altri. Pochi la reggono, pochissimi la sanno guardare in faccia; i più la rifiutano, o la deridono, o negano che essa li richiami a una maggiore onestà interiore, perché non ammetterebbero mai di esserne privi. Quanti hanno il coraggio di riconoscere che la loro vita è una menzogna? Eppure, essere veramente uomini significa saper fare ciò: guardare in faccia la verità. Dio sa se c’è bisogno di uomini che siano capaci di tanto.

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